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Lunedì, 18 aprile, altri 220 tunisini sono giunti al campo-tendopoli… loro, probabilmente, sono arrivati a Lampedusa dopo il 5 aprile. Una data, questa, che ha il potere di determinare se sarai accolto o escluso. Per tutti loro un'attesa carica di timore. Giorni pesanti da reggere. Nell'incertezza e nella paura continui i tentativi di fuga. Brande legate tra di loro e appoggiate alle mura, poi il salto… e per alcuni il ricovero in ospedale. Dopo alcuni giorni ogni speranza s'infrange contro quel muro. Dalla Prefettura di Caserta riceviamo la notizia-conferma che - con un'ordinanza ministeriale, piovuta improvvisa dall'“alto”, il campo-tendopoli è stato trasformato in un Cie – centro di identificazione di espulsione. Una vergogna e un dramma! Eravamo nel campo quel venerdì mattina, venerdì Santo. Con noi anche don Antonello Giannotti, Direttore della Caritas Diocesana di Caserta. Alcuni operatori della Croce Rossa ci comunicavano il disperato grido di questi ragazzi: “ è meglio morire qui che essere rimpatriati! ” Era un grido possente che trafiggeva l'anima. Da parte delle Forze dell'Ordine, riceviamo un‘cortese' invito ad uscire. Per gli operatori Caritas e per i rappresentanti di varie associazioni, da giorni impegnati con zelo e abnegazione in un'assistenza caritativa e legale dei migranti, improvvisamente non era più valida l'autorizzazione ad entrare nel campo. All'entrata della caserma Andolfato un automezzo dei vigili del Fuoco stava alzando un braccio meccanico, mentre due vigili toglievano le bandiere della Croce Rossa. Erano rimaste solo l'insegna “Ministero dell'Interno” e a lato la bandiera dell'Italia. Quel gesto stava ad indicare che da quel momento il campo passava sotto una ‘regia militare'. In noi sconcerto, dolore e forte contrarietà. Quel luogo, a causa di scelte scellerate e disumane, stava diventando un nuovo Golgota. Un gesto-simbolo ecclesiale diventava necessario e urgente. Una Via Crucis lungo le mura-recinto della caserma Andolfato per testimoniare la nostra solidarietà con i circa 230 tunisini rinchiusi nei ‘nuovi campi di concentramento', in attesa di rimpatrio forzato; per dire che fare Pasqua è scegliere di stare sempre dalla parte dell'uomo crocifisso. Poche ore per coinvolgere sacerdoti e fedeli. Una croce posizionata davanti alla Caserma. Accanto un grande striscione che recita: “ Non c'è differenza tra il Cristo crocifisso e questi nostri fratelli ”.
Nella notte un coro di voci guidate da P. Alex Zanotelli, missionario comboniano, sgrana le 14 stazioni della Via Crucis del migrante mentre la croce, accompagnata da un cammino lento di passi illuminato da fiaccole, sembra accarezzare e riscaldare quelle alte mura taglienti. Quel ‘segno' carico di un potere amante stava attraversando il muro. Quella croce, quelle fiaccole, quei cuori oranti parlavano a tutti, anche ai nostri fratelli tunisini, di passione, di vita e di resurrezione.
Quel campo va chiuso! Non si può fermare il cammino della storia, della vita e della speranza.
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“ Cristo è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era framezzo, cioè l'inimicizia ….” (Ef 2,14)
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