Sottouomini a Castel Volturno

Quanta ipocrisia nel non capire
articolo di MariaPia Bonanate tratto dal settimanale "il nostro tempo"

5 ottobre 2008


 

 

«Castel Volturno, quanta sofferenza, quante ipocrisie, quante verità dimenticate o volutamente ignorate! Tutto ciò che è accaduto attorno ai sei giovani immigrati, uccisi dalla camorra, ci ha fatto molto male. I giornali hanno detto che erano degli spacciatori, poi hanno dovuto ammettere che non c'entravano con la droga. Erano ragazzi che ogni giorno andavano a lavorare per sopravvivere in situazioni difficili e sono finiti massacrati su un pezzo di terra straniera. Le loro famiglie, i loro amici si sono sentiti condannati come criminali. Al dramma di sempre si sono aggiunte le lacrime di questo grande dolore».

Rita Giaretta, la fondatrice di casa Ruth, a Caserta, la suora che va ad incontrare le ragazze che si prostituiscono fra violenze e drammatiche sudditanze e ospita nella sua comunità quelle con figli che hanno lasciato la strada, ancora una volta è in prima fila nei fatti di Castel Volturno. La sua presenza da tredici anni nelle vie della città dove pedala in bicicletta per essere più vicina alla gente, il suo entusiasmo e il suo impegno nell'affiancare le donne in situazioni difficili per ridare speranza e futuro, l'hanno resa testimone credibile, una voce che tutti ascoltano, a cominciare dai ragazzi dei Centri sociali.

E lei dice accorata: «Dispiace quanto è accaduto in reazione alla strage da parte dei giovani immigrati, la violenza è sempre da evitare, ma non dobbiamo avere la memoria corta. Pensiamo al vuoto in cui queste persone vivono, pensiamo alla totale assenza dello Stato. Il territorio delle villette del litorale, abbandonate e affittate senza alcun contratto, in modo illegale, a gente disperata che paga 250 euro per un posto letto, è terra di nessuno. Lì i bambini crescono senza nessuna possibilità di inserimento sociale e scolastico, c'è soltanto un asilo nido dei comboniani, non ci sono servizi di nessun genere, solitudine e drammi che ogni giorno si aggiungono ad altri drammi. In questo deserto gli individui sono abbandonati a se stessi, non hanno un futuro, una sopravvivenza grama e umiliante, non hanno alcun diritto, salvo quello di esser sfruttati come braccianti in lavori che gli italiani non vogliono più fare. Allora può anche esplodere la rabbia e la violenza. E non saranno certo i quattrocento agenti mandati dal ministro Maroni a risolvere il problema, questo intervento non farà che aumentare la paura e la tensione».

Ha parole forti e determinate, suor Rita, nei confronti dell'intervento del governo, «un'operazione di facciata che non solo non risolve il problema nella sua drammatica complessità, ma illude con una sicurezza che non può essere garantita nel rimuovere quanto disturba la vista, senza andare alle radici di fenomeni che ipocritamente vengono ignorati». Parole che può dire a voce alta, come le diceva quando prima di farsi suora era sindacalista e scendeva in strada, come può dirle oggi con l'autorevolezza di colei che vive con il cuore e la porta di casa aperti, fra le persone emarginate per capire i loro problemi in una condivisione quotidiana.

«Una città non sarà mai sicura se non include tutte le persone, tirandole fuori dalla illegalità del lavoro nero, offrendo possibilità concrete di integrazione», ribadisce. «Qui si chiede agli immigrati di lavorare senza alcun diritto e poi ci si dimostra insofferenti per la loro presenza, li si vuole cacciare. E' una pesante contraddizione. La verità non viene mai affrontata. Questa terra è in mano alla camorra, saldamente collegata all'imprenditoria e alla politica con complicità dagli esiti tragici che impediscono di risolvere i nodi che distruggono vite umane e impediscono una vita pubblica nel bene comune».

A preoccupare la suora, amica delle donne vittime della tratta che cerca di aiutare a ricuperare la dignità perduta, è l'ondata crescente di razzismo che sente salire con virulenza, fra minacce e insulti. E allora cita alcuni passaggi dell'Appello/campagna antirazzista 2008 firmato da una sessantina di persone, da giornalisti e scrittori, associazioni e comunità che lavorano con gli immigrati, laiche e religiose, da sacerdoti che operano nei luoghi più disagiati, da gente comune che non vuole accettare di far passare per emergenza immigrati le difficoltà economiche e sociali dell'Italia, la precarietà della vita di milioni di famiglie.

«Dicono che i clandestini sono un problema», dice suor Rita, «ma noi sappiamo che gli aspetti perversi e repressivi della normativa in vigore, inaspriti dal pacchetto sicurezza, faciliteranno l'economia sommersa e renderanno più difficile a chi è già regolare mantenere i diritti acquisiti. Noi diciamo che è un dovere proteggere i richiedenti asilo che fuggono da conflitti e persecuzioni. Noi sappiamo che nessuno potrà fermare uomini, donne e bambini in fuga... e che negare il permesso di soggiorno ai lavoratori immigrati è un proibizionismo che aiuta a sfruttare uomini e donne, aumenta la precarietà di tutti... Dicono che le nostre città sono in grave pericolo e che il pericolo proverrebbe dagli immigrati, ma non sentiamo la stessa tensione per combattere i poteri criminali, i crimini ambientali, il disagio e la povertà, non sentiamo la stessa tensione per combattere queste ingiustizie... Noi non vogliamo guardare solo le braccia degli uomini che producono, ci piace provare a guardare gli altri negli occhi per costruire città vivibili, pulite, accoglienti, dove i legami sociali e le relazioni solidali rendano le persone più sicure».

L'Appello farà da filo conduttore alla manifestazione che si svolgerà a Caseta dal 4 al 6 ottobre alla quale è prevista la partecipazione di circa quattromila persone, fra cui i rifugiati che chiedono asilo. Le chiese della città rimarranno aperte anche la notte per accogliere i momenti di preghiera. Suor Rita, come sempre, mescolata agli altri, accanto ai giovani dei Centri sociali che nel dramma di Castel Volturno sono stati i primi a piangere con gli immigrati, ad andare nelle loro case per portare la loro solidarietà e amicizia.

«Può parere strano, ma stiamo lavorando e dialogando positivamente con questi ragazzi da diversi anni», continua la religiosa. «Abbiamo imparato a stimarci, abbiamo smussato i linguaggi duri e trovato parole comuni di speranza, parole che costruiscono. Nella diversità della propria identità abbiamo unito le forze per resistere al male a favore della vita, per costruire un futuro comune. E' stato un cammino nel tempo favorito dal nostro vescovo, mons. Raffaele Nogaro, uomo di grande umanità, uomo del dialogo che ha saputo incontrarli e aspettarli, davanti alla Questura o alla Prefettura, quando sfilavano con le loro richieste. In questo momento la Chiesa ha un ruolo profetico nei confronti degli immigrati, deve scendere in campo senza più indugi. Perchè è proprio da questo nodo, dai suoi significati umani e sociali che il nostro Paese può ricominciare a ricostruire se stesso secondo giustizia, legalità e tanto amore».

Mariapia Bonanate

 

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