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Il Racconto di Sr Rita Giaretta “Stanno per arrivare a Caserta, da Lampedusa, mille tunisini!”. Con queste parole il Questore di Caserta, Guido Longo, ci ha accolti nel suo ufficio, la domenica mattina del 3 aprile, dopo che lo stesso ci ha convocati di urgenza (sr. Rita G. della Comunità Rut delle Suore Orsoline e p. Giorgio Ghezzi, della Comunità Zaccheo dei p. Sacramentini) per comunicarci la notizia e per chiedere la nostra presenza l'indomani, giorno di arrivo al campo del primo gruppo – 470 tunisini. L'impatto è stato duro. Ho vissuto un momento di turbamento come se avessi ricevuto ‘un pugno nello stomaco'. Un muro alto oltre 5 metri, con sopra cocci di vetro che per farsi maggiormente notare luccicavano al sole (come una grande corona di spine) circondava la caserma. Massiccia la presenza di forze dell'ordine e numeroso il personale della Croce Rossa ai quali era stato dato l'incarico di gestire il campo. Sembrava una struttura fortificata. Verso le 10 l'arrivo dei primi pullman all'interno della grande Caserma. Un pullman si ferma davanti al cancello di entrata del recinto. Il tempo necessario per far scendere una ad una le persone, un'accurata perquisizione da parte di alcuni poliziotti e poi, come accompagnati da un cordone delle Forze dell'Ordine, l'attraversamento del cancello che rinchiudeva dentro quel luogo assolato e recintato sogni, speranze, delusioni, fatiche e sofferenze di questi uomini. Li guardavo ad uno ad uno e cercavo, come una sete dell'anima, di incontrare i loro sguardi. Sentivo il bisogno struggente di donare a ciascuno un sorriso, quasi a chiedere scusa di quanto stava accadendo. Forse era semplicemente la voglia di dire loro che c'è ancora cuore, c'è ancora umanità nella mia Italia. Non so se era un'illusione! “Salaam malikum”! - Dio ti benedica – dicevo ad ognuno che mi passava accanto, portandomi la mano al petto (è il loro saluto musulmano e il loro gesto). Quel saluto donato aveva la forza di sgelare i loro cuori feriti. “Malikum salaam”, con la mano al petto, ci rispondevano incrociando i nostri sguardi con l'accenno di un sorriso di speranza. Che sussulto di gioia nel mio cuore! Ho capito che in quel momento ero io che mi sentivo mendicante del loro sorriso, del loro amore. Erano tutti giovani, alcuni sembravano dei ragazzini. Sguardi smarriti, volti provati e corpi stremati. Dai primi racconti, quanto vissuto a Lampedusa, era una ferita ancora aperta. Notti passate all'aperto, mancanza più totale dei servizi minimi, e sulla pelle il fiato di un clima di ostilità e di rifiuto. Certo non si aspettavano di essere accolti in quel modo. Due giorni dopo, mercoledì 6 aprile, l'arrivo di altri pullman con 531 migranti, sempre tunisini. Il campo di S. Maria Capua Vetere da quel giorno diventava per noi il ‘campo delle mille e una speranze'. Bravi ragazzi! Di quei criminali di cui alcuni hanno parlato agitando lo spauracchio dell'evaso non ne abbiamo visti. Molti avevano voglia di parlare, di raccontare, perché quello che stavano vivendo era forse il momento più importante della loro esistenza. Ci raccontavano dei barconi, del mare assassino, dei caporali, della pericolosissima traversata, dei sogni che hanno cullato i giorni della disperazione. Giovani in fuga dalla miseria, dalla fame, da una situazione di grande incertezza e di tensione. Ognuno di loro aveva il suo riferimento, un indirizzo stampato nella testa: chiedevano di poter raggiungere parenti e conoscenti che si trovano al Nord o, più spesso, all'estero, soprattutto in Francia, in Germania, in Belgio. In pochi giorni, ‘quel campo di fatiche e passioni, quel luogo chiuso e immobile, dove cammini abitati da un sogno muto e possente sono capaci di muovere la storia, e nella notte, forzare l'aurora', si è aperto quasi a dire che nessuno può fermare il cammino della speranza. Buon cammino a te fratello Abdel. Nel campo ti chiamavamo uomo di Dio (traduzione del tuo nome arabo). Il tuo progetto raggiungere la Francia. Noi speriamo che i tuoi passi stiano ora baciando quella terra… Buon cammino a te Montassar. Da noi ‘adottato' quand'eri ancora nel campo. Ora vivi a Caserta, nella casa dei p. Sacramentini, insieme a p. Giorgio. Una speranza abita i tuoi occhi che ora possono guardare lontano: imparare l'italiano e poi trovare un lavoro come cameriere avendo in Tunisia fatto la scuola alberghiera. Nel tuo Paese, prima di imbarcarti sul gommone per approdare in Italia, lavoravi in un ristorante poi assaltato e incendiato durante la rivolta di febbraio contro il regime di Ben Alì. E buona fortuna a tutti voi, amici e fratelli tunisini. Salaam malikum! Che Dio vi benedica.
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