OLTRE
LA SOLIDARIETÀ: COSTRUIRE LA COSCIENZA SOCIALE
Se
ci venisse fatta una domanda a bruciapelo su chi sono le persone che
scelgono di diventare volontari non esiteremmo a rispondere che si tratta
di persone di “buon cuore” che si mettono a disposizione
degli altri, negli ambiti più disparati della vita sociale. Questa
scelta è una risposta a motivazioni psicologiche che possono
essere le più diverse, spesso inconsapevoli, ma che trova un
denominatore comune nel desiderio di solidarietà e di servizio.
Purtroppo questa spinta etica si esaurisce rapidamente se si fonda su
un presupposto poco solido per lo più legato alla soddisfazione
di bisogni personali di visibilità, gratificazione, protagonismo,
nella convinzione che si possa ritagliare uno spazio e un tempo della
propria vita in cui adottare uno stile di vita solidale in alternativa
e, spesso, in antitesi con quello della vita quotidiana. Questa separazione
con la nostra vita “reale” è la causa principale
di un servizio saltuario e superficiale, che il più delle volte
sfocia in un abbandono dell’impegno assunto. Ogni volontario è
quindi chiamato a fare un percorso di “coscientizzazione”,
ricercare cioè nella propria impostazione di vita il senso dell’impegno
per gli altri. Dobbiamo arrivare a capire che ciascuno di noi, come
membro di una comunità sociale riceve da essa tutto ciò
che è ed ha il dovere di restituire, opportunamente rielaborato,
tutto ciò che ha ricevuto. Questo pensiero, così in linea
con le moderne teorie dello sviluppo sostenibile, è in realtà
stato espresso da San Giovanni Crisostomo nei primi secoli del cristianesimo.
Io credo che la grande sfida che ci si pone davanti, in questo tempo
in cui molti valori che hanno sostenuto la società nei secoli
scorsi sono venuti meno, è che proprio il volontariato possa
rivitalizzare e rinforzare le motivazioni etiche nella società
proponendo persone in grado di avere uno stile di vita fedele alle scelte
di solidarietà, non solo nelle ore di servizio ma anche nel comportamento
quotidiano di cittadini responsabili. Il volontariato deve porsi cioè,
oltre ad una prospettiva etica, anche una prospettiva politico-culturale
strutturandosi come “comunità educante” di un tessuto
sociale nel quale le tradizionali agenzie formative, scuola, chiesa
e partiti politici hanno smesso di svolgere un ruolo attivo. Il volontariato
deve mirare alla promozione del “bene comune” e deve lavorare
affinché, nel tempo, vengano modificate le condizioni che sono
la causa dei disagi sociali.
Al volontario quindi non deve e non può bastare affrontare i
problemi con il suo impegno quotidiano, ma deve chiedersi anche quali
sono le cause da cui essi derivano.
Eppure
molto spesso si fa l’amara constatazione che l’esperienza
di volontariato sia dai più ancora vissuta come una sorta di
“buona azione” staccata dal contesto più generale
della propria vita sociale. Ho spesso notato come sia molto spiccata
in tanti volontari la dedizione verso quelli che non esiterei a definire
gli “ultimi” della nostra società, i cittadini extra
comunitari: ci si attiva per rifornirli di biancheria, di attenzioni
varie eppure non ci si chiede quali sono le cause che determinano la
loro povertà e precarietà. Non ci scandalizziamo di fronte
ai provvedimenti che richiedono la loro schedatura con le impronte digitali,
non protestiamo contro le norme che trattano tante persone come invisibili,
perché utili ad un sistema di lavoro in nero e nemmeno contro
il decreto che vuole negare le cure mediche ai clandestini: allora perché
siamo poi così amorevoli nelle tante forme assistenziali? Sembra
quasi che le loro disgrazie siano necessarie per sentirci utili e buoni!
La mia è una chiara provocazione ma che vuole rimarcare quanto
siamo ancora distanti dal realizzare quella prospettiva politico- culturale
che è la peculiarità del volontariato sociale moderno.
Il nostro impegno, in un qualsiasi campo del volontariato, non si può
esaurire in un turno di servizio, in un’opera buona… perché
il “benessere” delle persone viene da molto più lontano:
da un ambiente pulito, dalla fruibilità di spazi verdi in città,
dall’integrazione sociale, dal rispetto della legalità,
ecc… Ecco perché tutte le battaglie civili ci devono vedere
protagonisti, perché tutte in difesa della dignità della
persona.
Titti Malorni
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