| 2 gennaio 2011 - II domenica dopo natale Sir 24,1-4.12-16; Salmo 147; Ef 1,3-6.15-18; +Gv 1,1-18 “ Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.” Omelia del padre vescovo Raffaele Nogaro (vescovo emerito di Caserta) Abbiamo di fronte a noi quella che io ho chiamato - anche se il testo ha duemila anni – ‘la mia rivelazione', questa pagina straordinaria di Giovanni che è il significato di tutta la redenzione. Prenderei il versetto che ieri abbiamo commentato “Dio si è fatto carne”: cerchiamo di pensare a questa affermazione possiamo non credere, possiamo abbandonare certe convinzioni che la Chiesa ci ha suggerito lungo i secoli. E' grandioso ‘Dio si fa carne e abita con me': non so se riusciamo a dare una portata a questa radicalità di vita. ‘Si fa carne' e guardate che è inconcepibile, potrebbe essere anche irrazionale, potrebbe essere il capovolgimento di tutto il modo non solo di pensare, ma di essere anche della persona umana. Com'è possibile un Dio che si fa carne e si fa carne perché deve stare con me, integralmente. Ed ecco allora che questo farsi carne di Dio, è la grande speranza della mia vita, è la sorgività della mia vita, è il superamento di tutte le difficoltà della mia vita. Ed è sempre avvenuta nella storia della salvezza, questa grandiosità della presenza di Dio; proviamo a pensare al Primo Testamento, la chiamata di Abramo da Ur di Caldea; è un uomo possidente, è un uomo che ha realizzato la sua vita, è ormai anziano e Dio gli dice: “Esci dalla casa di tuo padre, esci dalla tua terra e va' dove io ti indicherò” nessuna indicazione immediata. E' il futuro, “dove io ti indicherò, e tu sarai la grande benedizione delle genti; con te verranno salvate tutte le genti della terra” E Abramo con la sua povera donna – perché, da quello che appare tra riga e riga della scrittura, piange per questo evento con Sara - parte e lascia tutto e va dove Dio lo porta, senza nessuna destinazione precisa. Pensate alla grandezza di questa speranza, perché Dio aveva parlato, perché Dio si era rivolto a lui - come si rivolge a noi in questi giorni continuamente -, e Abramo, pur avendo difficoltà, pur avendo disagi a non finire, va trascinato dalla speranza. Dobbiamo ricordare questi grandi uomini perché sono esistiti, perché sono il volto di Dio nella storia. Così Mosè, il quale ha il mandato da Dio: “Va', prendi il mio popolo e portalo nella terra nuova”, che sarà poi la Terra Promessa. Mosè è un povero uomo, Mosè è un fuoriuscito, Mosè non ha nessuna identità particolare e deve andare lui, che dice di essere balbuziente, deve andare dal faraone e dire: “devi darmi il mio popolo”. Noi sappiamo dalla storia che tutto il popolo ebraico piccolo era un nucleo di persone e si trovava in quel periodo in Egitto ormai da cinquecento anni e Mosè, l'innominato si può dire, ha il compito di andare. “Ma io non so parlare” dice al Signore “piantala, come faccio?!” E Dio dice: “va' dal faraone, prendi il mio popolo e portalo nella terra buona.” E lui va. Questi esempi per noi dovrebbero essere qualcosa di travolgente… Lui va… non è nessuno, è perseguitato, non gli vogliono bene nemmeno gli ebrei, l'hanno visto compiere un'azione e lo perseguitano, poi non vogliono seguirlo, e lui obbedisce a Dio, perché è travolto dalla speranza, da questo Dio che si fa carne umana, è lì la speranza. E così possiamo continuare… lo vedremo anche alla prossima festività, anche con i Magi: consideriamo queste povere persone, dico ‘povere' perché anche nella nostra Chiesa, essendo i Magi dei pagani, dei piccoli uomini che non appartengono all'economia della salvezza, cristiani in qualche modo, natalizi diciamo, non vengono nemmeno considerati e invece a loro il Cristo dà la stella. E loro non hanno paura di nulla, lasciano famiglia, lasciano beni. Allora non c'erano certamente illuminazioni, né mezzi di trasporto per andare in giro per il mondo, e partire dalla Siria, piuttosto lontana, diciamo Siria per non dire qualche altra nazione ancora più distante. per andare in Palestina non era per nulla uno scherzo; non perdono mai la speranza, anche se Erode li ostacola, vanno avanti perché si sentono chiamati da Dio. Mi sono disperso adesso nel contemplare anch'io queste figure che sono persone, uomini e donne, nuovi. Immaginate gli angeli quando arrivano alla tenda di Abramo, e Sara ha già cent'anni, almeno secondo il calcolo di quel tempo, e gli angeli annunciano che nel prossimo anno avrà un figlio, e lei si mette a ridere dietro la porta perché dice: “chissà, forse vaneggiano anche loro…” E invece quello che ha promesso l'angelo avviene, le cose straordinarie e bellissime di Dio. Andando avanti, nel Nuovo Testamento al posto di questa promessa del Signore, che è il fascino della storia, la speranza che ti travolge, noi abbiamo il Cristo che è nato, tocchiamo quella carne che è sua ed è mia, diventiamo non solo i commensali di Dio - come si usa dire per la comunione -, ma diventiamo gli incarnatori di Dio, noi incarniamo Dio nella nostra vita. Qui entra il grande coraggio, la grande speranza. Voi sapete che il contesto di Giovanni in parte e di tutti gli Atti degli Apostoli, del fiorire della Chiesa accanto a Gesù, è condotto dalla parresìa, da un coraggio indomito, parresìa non è nemmeno traducibile in italiano, è un termine greco per dire ‘nessuno mi vince', ‘non cedo mai', ‘nessuno mi supera'. E sono ad esempio quel povero Pietro che non aveva studiato e che aveva una paura matta degli ebrei e del Sinedrio… e che resistono invece ogni volta che vanno nel Sinedrio, ma non solo resistono, sfidano i sinedriti e dicono: “Noi dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. Non lo citano quasi mai nel nostro contesto ecclesiale, forse perché noi apostoli rimasti abbiamo un po' di invidia verso colui che non era apostolo, ed è invece il primo testimone della Chiesa, pensate a Stefano, un ragazzo della prima Chiesa, quello Stefano che di fronte a un tipo qualsiasi di resistenza, di persecuzione, continua il coraggio della speranza e viene addirittura colpito, lapidato e nel momento in cui lascia lo spirito dice come il Cristo: “Perdona loro, Padre, perché non sanno quello che fanno.” E' il lancio della vita, la bellezza della vita. Io vorrei che noi cercassimo di articolare… è faticoso, è la croce di Cristo che è tremenda, però sappiamo che soltanto mediante la croce noi giungiamo alla resurrezione. La resurrezione non è altro che il fiore della croce. Però mediante la croce di Cristo noi possiamo essere sempre superiori a tutte le difficoltà, i ‘vittoriosi' (anche se questa parola sa un po' di battaglia), coloro che sanno veramente acquistare la vita, conquistare la vita, fare la vita anche sulle le macerie. C'è Karl Barth – grande teologo protestante - che dice: noi dobbiamo imparare a tradurre tutta la storia, a tradurre tutte le vicende degli uomini e delle donne della terra in eucarestia - sia lui che Moltmann frequentavano l'eucarestia anche se erano protestanti –. In oblazione nostra Cristo nell'eucarestia si offre al Padre; ogni nostra azione di famiglia, di lavoro, di responsabilità sociale, è un'oblazione che noi offriamo al Padre. Il mondo… – dice - è da creare le nuove parabole del Signore, in modo che Lui in cielo abbia qualcosa da raccontare e ci aspetti per riprendere il racconto di tutta la nostra vita, le nuove parabole sono la nostra vita coraggiosa e volenterosa.
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