| 16 maggio 2010 - Ascensione del Signore At 1,1-11Sal 46 Eb 9, 24-28+
Lc 24, 46-53 "e,alzate le mani, li benedisse” Omelia del padre vescovo Raffaele Nogaro (vescovo emerito di Caserta) Questa pagina di vangelo è straordinaria. Io vorrei, e lo chiedo al Signore per tutti voi che siete cosi' cari a me, che vi lasciaste suggestionare da questa testimonianza di Cristo. Di fronte a questa pagina del Vangelo mi è venuto alla mente un personaggio per me straordinario che ha riflettuto a lungo su questa pagina, Florenskij, un grandissimo teologo ortodosso russo. Quando va al potere Lenin, Florenskiji è già professore affermato all'università di Mosca di scienze umane (filosofo – matematico), ed è già un grande scienziato, e in questa università, lui sposato con figli, rimane con la talare. E' teologo ortodosso e di tutto fanno i funzionari di Stato per costringerlo a liberarsi di questa talare, di questo segno religioso. Però non possono liberarsi di lui, perché in quel periodo è considerato il più grande scienziato della Russia, lo chiamano ancora il “Pascal russo”, oltre che ad essere teologo e prete. E Florenskij è irriducibile con questa sua testimonianza di vita e di pensiero. Poi il potere stalinista si irrigidisce con lui e lo condanna all'esilio. Poi viene trasferito presso le isole Solosvki, nel Mar Bianco dove era stato eretto, al posto di un antico monastero, il primo gulag, “dove non c'è mai il sole”, lui dice. Tuttavia papà di famiglia, marito, egli continuamente scrive – ‘per Cristo tutto è bello, tutto ha valore. Perché senza di Lui la vita non è nulla, con Lui la vita rimane tutto'. Viene poi ucciso fucilato dal regime di Stalin l'8 dicembre del 1937 proprio perché la sua testimonianza religiosa rimaneva sempre inalterata, anche nel campo di sterminio. E' un uomo che ha scritto tanto, ma è un uomo che soprattutto è vissuto nella forma più alta. Ha avuto, io penso - ho cercato di interessarmi tanto alla sua biografia - tutte le sofferenze di Cristo, ha soltanto sofferto ed è stato costantemente perseguitato, ma la felicità interiore è rimasta inalterata perché, lo troviamo nei suoi scritti, ‘solo Cristo vale ed è bello fare compagnia al Cristo che sta sulla croce'. Ecco, questo teologo ha fatto proprio una bellissima meditazione su questa parte terminale del Vangelo di Luca, sulla forma di ascensione che qui viene presentata. E anch'io ho tanto piacere di parlare in questo senso, perché lui parla proprio della coscienza dell'uomo che è vera soltanto quando diviene coscienza di Cristo. Ecco perché mi sono suggestionato con tanto trasporto in questa settimana meditando questa pagina del Vangelo. Anch'io quando posso e dove posso parlo sempre del valore primario della coscienza. Dico che la coscienza è infallibile come il papa. Però dobbiamo domandarci giustamente quale coscienza? Evidentemente la nostra; però perché sia infallibile bisogna che sia una coscienza educata, una coscienza formata, una coscienza genuina. Ed ho sempre pensato che la coscienza è proprio ciò che già nel paradiso terrestre l'uomo pretende di sé: essere come Dio, conoscitore de bene e del male. Ecco l'uomo è questo tipo di coscienza: la superiorità di se stessa, meglio la superiorità del proprio io, io sono come Dio, voglio essere come Dio conoscitore del bene e del male. Normalmente la coscienza nostra conosce unicamente i propri diritti e pretende di difendere questi diritti, ad ogni costo. Evidentemente questo potrebbe essere un abuso, una violenza nei confronti dei fratelli. Lo vediamo qui, in questo brano, Gesù interviene per spiegare le scritture agli uomini, agli apostoli, per aprire la mente, e dire che cosa? Dire che “voi siete testimoni” -parlerà poi di conversione – “della sofferenza e della resurrezione di Cristo”. Cioè tutta la vita dell'uomo è questa sofferenza del mio Signore, è questo crocifisso che assume tutte le storture umane, tutti i peccati umani, tutti i fallimenti umani, le tragedie della storia. E' Lui che soffre, per tutti noi. Ma questa sofferenza è motivata. La sua sofferenza è profondamente vitale perché Lui non apre le scritture per rivelarci il suo dolore, ma apre le scritture per rivelarci la sua sofferenza e la sua risurrezione. Cioè tutto quanto avviene nel mondo, noi non conosciamo i tempi - lo dice anche nella prima lettura degli Atti - noi non sappiamo quando avvengono le cose di Dio, però, e questo è grandioso, l'abbiamo come dote, noi sappiamo che siamo continuamente sostenuti, alimentati, rivissuti dalla sofferenza e dalla risurrezione di Cristo. Ed ecco allora che la coscienza, che è libertà indebita, che è incoscienza molte volte, può diventare qualcosa di veramente costruttivo, di grandioso, la costruzione permanete di “cieli nuovi e terra nuova”. Perché noi abbiamo la coscienza che viene sostenuta, che viene alimentata dalla sofferenza e dalla resurrezione. Noi sappiamo che la vita è tormento, per tanti versi, ma sappiamo che la vita è paradiso. Tormento e paradiso, tormento e apertura, apertura meravigliosa, apertura gioiosa. Nel mondo c'è solo Cristo! Leggevo in questi giorni l'ultimo libro di Scalfari, che non è credente, però ha come ritornello molte volte: ‘se si potesse raggiungere Cristo'. In questi uomini non c'è la possibilità di credere in Lui come Figlio di Dio, ma se si riuscisse, se siamo testimoni della sofferenza sì del Cristo della croce, che fa paura a tutti, ma in contemporanea della resurrezione. Non c'è croce senza resurrezione, non c'è croce senza salvezza, non c'è croce senza gloria. Ed ecco allora che gli apostoli sono testimoni, i martires - dice il testo greco – essi veramente fanno esperienza di vita. Martirio: un magiare l'animo un mangiare le carni, che li conduce a fare esperienza dentro di loro che Cristo è presente, che Cristo è tutta la mia sofferenza ma è anche tutta la mia resurrezione, e si convertono. Ecco voi dovete operare, dice il testo, la conversione, quella conversione che noi non riusciamo a capire cosa sia, perché diciamo tante storielle nel catechismo di questi avvenimenti. In realtà la conversione è essere testimonianza di quello che Cristo mi ha detto, di quello che Cristo mi ha rivelato come manifestazione di tutte le scritture - dal primo momento fino all'ultimo - che Lui è la sofferenza di tutta l'umanità e che Lui è la risurrezione di tutta l'umanità. Io vivo di questo suo contributo, vivo di questa sua presenza. E allora il Cristo domanda, non solo agli apostoli ma ad ognuno noi, per vivere intensamente questa sofferenza e questa resurrezione di Cristo, che facciamo, cosa siamo di nuovo? Innanzitutto dobbiamo avere la certezza di essere presi dalla potenza dall'alto, lo Spirito Santo, lo dice chiaramente il testo: ‘Dio non ci abbandona mai', e poi abbiamo la preghiera continua, l'adorazione. L'uomo non può rimanere solo, l'uomo deve collegarsi responsabilmente con Dio – pregare – ricorrere continuamente a Lui, domandare continuamente di tenermi per mano, non fermare mai la preghiera. Luca è proprio colui che parla dell'orazio senza interruzione, pregare senza stancarsi mai, che non vuol dire pregare come facciamo noi, tutto il giorno magari. Ma vuol dire proprio tenere il cuore collegato con la bontà di Dio, con la sofferenza e la resurrezione di Cristo. Potessimo comprendere questa grande verità e gridarla a tutti. Oggi c'è un momento di grande disperazione nel mondo, c'è un momento di crollo, non si crede più a nulla, a nulla. Eppure c'è Lui, c'è la sua sofferenza e la sua resurrezione, e allora noi potremo gridare ancora la gloria dell'uomo perché Lui è con noi. L'importante e che ci lasciamo prendere da Lui e che noi consentiamo. Preghiamo!
*Per approfondire la figura di Pavel Florenskij: Alcuni pensieri
PAVEL FLORENSKIJ, IL«PASCAL RUSSO», NEL GULAG DI STALIN Tra coloro che hanno reso testimonianza della immane sofferenza generata dal totalitarismo sovietico emergono nettamente, per la validità universale e la levatura culturale del loro messaggio, oltre a Solženicyn e a Siniavskij, la poetessa Anna Achmatóva, lo scrittore Vaclam Šalamov e quel genio multiforme che si chiama Pavel Florenskij. Dei russi citati il solo che abbia ancora bisogno di essere conosciuto in Occidente, almeno dal largo pubblico, è Pavel Florenskij, scienziato eminente, filosofo e teologo originalissimo, prete ortodosso e maestro di vita spirituale. Egli è veramente, come di lui fu detto già nei primi decenni del Novecento, il «Pascal russo», perché come il francese anche Florenskij dispiegò le sue forze in diversi ordini di realtà e con audacia sbalorditiva. Di Florenskij abbiamo ormai in italiano molti scritti, ma, a mio avviso tre sono quelli più rivelatori della sua spiritualità e della sua tragedia di padre allontanato con la violenza dai figli. Il primo di essi è La colonna e il fondamento della verità , un saggio di filosofia e teologia ortodossa in dodici lettere, in cui la ricerca del significato della vita mette capo alla giustificazione della verità religiosa che irradia la luce del Vangelo. L'edizione italiana più recente è quella edita da Rusconi nel 1998. Gli altri due libri-chiave per entrare nell'universo di Florenskij sono Non dimenticatemi e Ai miei figli - Memorie dei giorni passati , ambedue tradotti da Natalino Valentini e pubblicati da Mondadori nel 2001 e nel 2003. Nel primo libro sono raccolte le mirabili lettere che Florenskij spedì, una al mese, alla moglie e ai cinque figli, senza poter mai neppure nominare Dio, anche se esse nascono tutte dalla sua ansia per la formazione umana e il destino delle sue creature. Il secondo libro costituisce l'autobiografia, affascinante e del tutto anticonvenzionale, del grande russo che anche qui si rapporta idealmente ai figli nell'affidare, alle loro intelligenze e alle loro sensibilità, ciò che ai suoi occhi più conta. Di Natalino Valentini, il maggiore tra gli studiosi dello scienziato - filosofo-santo russo, sta per uscire il profilo Pavel Florenskij nella collana «Novecento teologico» della Morcelliana. *** Pavel Alesandrovic Florenskij nasce nel 1882. Dopo la laurea in matematica, rinuncia alla carriera universitaria per frequentare i corsi di filosofia e iscriversi all'Accademia Teologica moscovita. Si sposa con Anna M. Giacintova ed è padre di cinque figli. All'Accademia Teologica svolge corsi di Storia della filosofia e Storia delle Idee; insegna Teoria della Prospettiva e della Spazialità al Vchutemas di Mosca, ma si occupa anche di epistemologia, teoria della relatività e teoria dei quanti, di arte sacra, filosofia della religione e del linguaggio, teologia e spiritualità ortodossa. Lavora come ingegnere per il Glavelektro contribuendo al piano di elettrificazione della Russia e portando a termine importanti ricerche e scoperte scientifiche. Accusato, senza alcun fondamento, di attività controrivoluzionaria è condannato prima all'esilio e poi al lager, dove continuerà in condizioni difficilissime le sue ricerche. Dopo cinque anni di lager, è fucilato l'8 dicembre 1937, in un bosco nei pressi di Leningrado. *** Inghiottito dal sistema del totalitarismo stalinista, Florenskij ci svela, nei suo scritti, il senso profondo che conferisce al termine “grandezza” come esperienza di santità e piena accettazione del paradosso della Croce, che implica il dono dell'amore fino alla fine.
Alla notizia della sua morte il teologo Sergej Bulgakow, commemorando l'amico, affermava: « Se n'è andato cinto dall'aureola di martire e confessore del nome di Cristo ». E aggiungeva: « Di tutti i contemporanei che ho avuto la ventura di conoscere nel corso della mia lunga vita, egli è il più grande. Tanto più grande è perciò il delitto di chi ha levato la mano su di lui, di chi lo ha condannato a una pena peggiore della morte, a un lungo e tormentoso esilio, a una lenta agonia. Padre Pavel per me non era solo un fenomeno di genialità, ma anche una persona che aveva fatto della sua stessa vita un'opera d'arte ». Oltre al talento e alla genialità della sua opera, colpiscono profondamente, infatti, l'integrità umana e spirituale della sua persona. In Florenskij la vita e l'opera, malgrado siano rimaste tragicamente incompiute, costituiscono una unità indissolubile, un unico tessuto d'incomparabile finezza, che come egli stesso ebbe a dire, fa pensare piuttosto a una trama dove i fili si annodano in motivi complessi e diversi. Questa metafora della tessitura esprime adeguatamente il senso dell'interazione e della connessione vitale che sussiste tra l'intensità teoretica del pensiero, il rigore speculativo e la profondità mistica della sua fede. Nella filosofia di padre Florenskij, martire della Chiesa ortodossa, vita e pensiero, fede e ragione, cristianesimo e cultura, parola e azione, analisi e intuizione, invenzione scientifica e creazione artistica costituiscono un'unica indissolubile realtà, un'unica totalità organica animata da un ininterrotto palpitare di nessi. In lui, di fatto si sono incontrate, e a loro modo unite, la cultura e la Chiesa, Atene e Gerusalemme, e una tale unione costituisce in sé un fatto di assoluta rilevanza storica.
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