| Domenica 11 luglio 2010 Dt 30,10-14 «
Invece un Samaritano, che era in viaggio, Omelia del padre vescovo Raffaele Nogaro (vescovo emerito di Caserta) È un episodio questo che ci fa fare un severo esame di coscienza a tutti, soprattutto a noi uomini di chiesa. Pensiamo di essere uomini anche giusti in realtà falsifichiamo il Vangelo molte volte con il nostro comportamento.Quando leggo la parabola del buon samaritano che abbiamo analizzato, la sento mia; sento che il buon samaritano dovrei essere stato io per tutta la vita e dovrei esserlo ancora e non lo sono. Ho presente e ho incontrato per ben tre volte a Roma un Vescovo un po' più anziano di me Samuel Ruiz del Chapas, la zona più povera e più vasta del Messico e diceva che andava incontrare solo questa povera gente nei vari villaggi per cercare in qualche modo di sollevarla, di aiutarla e di organizzare qualche metodo di assistenza. E poi disse qualcosa di grandioso, cioè che lui non si sentiva di parlare del Vangelo, ancora prima della Scrittura, perché la gente era completamente analfabeta e poi non conoscevano le parole del Credo. Vorrei indicare soltanto due pensieri: Il Cristo Gesù, figlio di Dio, si identifica nel samaritano e questo è sconvolgente anche per gli apostoli che Gesù aveva con sé. Perché il samaritano era l'eretico, il diffamato, l'odiato dagli ebrei. Quando i discepoli passano attraverso la Samaria e non vengono accolti, domandano a Gesù che venga mandato il fuoco dal cielo sui samaritani, c'è un odio estremo. E Gesù si identifica con questo uomo rifiutato, senza qualifica sociale. E questo è sorprendente, pensate la tenerezza, solo una mamma farebbe tutto questo. Quante delicatezze usate verso quel brigante di strada che poteva essere un ebreo, un nemico, delicatezze usate fino ad attendere la sua guarigione. E' meraviglioso questo. Il secondo pensiero è che Gesù guarda con disagio i preti e i leviti cioè gli uomini del tempio, coloro che pensano sia più importante andare in chiesa che aiutare l'uomo. Coloro che vanno a pregare in chiesa ogni giorno e poi sono la calunnia, la critica di tutte le persone della comunità. E' una sproporzione della nostra vita che è qualcosa di pauroso. E Gesù fa capire che non c'è ‘l'impurità legale'; per il prete era impossibile andare vicino al ferito che sembrava morto, dice il Vangelo, perché non avrebbe poi potuto rifare il sacrificio senza prima purificarsi. Il malato, il debole era colui che ti sporcava e tu prete non potevi avvicinarlo. E sembra quasi che Gesù, che è comprensione infinita, abbia la parola del giudizio, non l'accusa - badate bene, Gesù è sempre buono – ma giudica e condanna questo prete che vede il malcapitato e tira dritto. Sono un povero vescovo, o almeno lo ero, ma nella mia vita, penso di aver sempre aiutato come potevo, però l'opzione centrale era la Chiesa, lo studio della Parola di Dio che pensavo essere il benessere supremo per me e per gli altri, perché potevo dare qualcosa agli altri. Gesù ha di fronte a sé il dottore della legge che dà, all'inizio di questa parabola, una presentazione qualificatissima della Scrittura, di come amare Dio e il prossimo e Gesù gli dice ‘va bene, và e fa così'. Però l'altro vuole curiosare e Gesù diventa in qualche modo spietato e sembra dirgli: sei il dottore della legge? Sei la presenza più importante del Sinedrio? Sei a capo del tempio? Ebbene lascia le tue ricchezze e fa come il samaritano. 'Và e fa anche tu cosi'. Prima l'amore e poi la devozione!
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