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L'atteggiamento che noi usiamo verso il povero stabilisce la nostra situazione definitiva davanti a Dio. Il testo di Matteo 25 è esplicito e sembra assoluto. Prima di qualsiasi riflessione, o di qualche strategia di soccorso, il povero attende una reazione di profonda umanità: è di lasciarsi commuovere, è il riempirsi di compassione di fronte alla sua sofferenza. Così si attesta, il testo più genuino del Vangelo, il “misereor super turbam – ho compassione del mio popolo” (Mt.14,14). - E' giusto considerare che c'è nell'uomo una “ povertà essenziale ” richiesta dalla sua condizione di creatura. E' un dato ontologico che non dipende dalla volontà umana. L'uomo non è in grado di garantirsi l'esistenza. La terra non è sua, né la crea lui. “Mia è tutta la terra” (Es.19,5), dice il Signore. Nessun uomo è “proprietario” di nulla. L'uomo è ospite e passeggero di un viaggio che va al di là del suo mondo. Umanamente dipende da coloro che lo hanno generato e che gli stanno accanto. Nessuno vive per sé e in sé. La persona umana è sempre compresa in una rete di relazioni che garantiscono la sua vita materiale, psicologica e spirituale. E' “la condizione umana”, che ci porta ad essere sempre umili e comprensivi. Se riceviamo l'essere degli altri, dobbiamo a nostra volta darlo agli altri. Questa dipendenza naturale ci induce ad essere grati a Dio, all'universo, alla terra e alle persone che ci accettano così come siamo. - Esiste “la povertà evangelica ”, proclamata da Gesù, a fondamento delle “Beatitudini”: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Mt.5,3). Questo tipo di povertà non è direttamente vincolato all'avere e al non avere. E' un modo di essere radicale. Povertà è sinonimo di umiltà, di distacco, di svuotamento interiore, di rinuncia ad ogni volontà di potere e di autoaffermazione. Implica la capacità di sciogliersi dal proprio io, per accogliere pienamente Dio. E' il riconoscimento della “infirmitas” della creatura davanti alla fecondità dell'amore di Dio, che si comunica gratuitamente. Questa povertà viene smentita dalla inflazione dell'io, dalla vanagloria, dall'egoismo di fronte agli altri e di fronte a Dio. La povertà “evangelica” caratterizza l'esperienza spirituale di Gesù storico. Egli non solo si è fatto povero materialmente e ha assunto la causa dei poveri, ma si è fatto povero in spirito, perché “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umano umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce” (Fil.2,7-9). Oggi una doverosa compassione e una rigorosa indignazione, per le vittime, che subiscono le follie della globalizzazione economica e finanziaria e che rimangono schiacciate dalla voracità del capitale, danno una comprensione più adeguata dalla ingiustizia delle povertà. - Un modo di riconoscimento del povero è quello di sapere che egli è colui che non ha. Non ha mezzi per vivere, non ha un reddito sufficiente, non ha una casa, non ha spesso la parola per rivendicare i suoi diritti. Sopravvive nel lavoro informale e con bassi salari. Coloro che gestiscono il mercato considerano questi poveri esuberi e dei rifiuti, o degli invasori che creano malanimo e rigetto. La buona volontà di molti operatori sociali può preparare nei loro confronti una politica benefattrice. Essere in soccorso di quelli che non hanno. Questa forma di riconoscimento del povero valorizzi il suo potenziale trasformatore, perché lo mantiene in situazioni di dipendenza e di non responsabilità. - un'altra visione del povero è quella di riconoscerlo come fattore di progresso e di utilizzarlo. Così i poveri vengono inseriti nel processo produttivo. Diventano consumatori e rafforzano il sistema. Si attribuisce allo Stato il compito di creare posti di lavoro per questi poveri sociali. E' lo sforzo generoso di Karl Marx, quello di voler costruire un corpo sociale senza classi e senza categorie privilegiate. Ma è necessario considerare che il povero è il risultato dei più articolati meccanismi di sfruttamento, che la società progressista solertemente produce. Per una integrazione del povero in un processo produttivo bisognerebbe ritrovare un modello di società autenticamente democratico. - Una terza posizione vorrebbe vedere il povero protagonista dello sviluppo sociale. I poveri hanno potenzialità non solo per ingrossare le file della forza del lavoro e per consolidare il sistema, ma principalmente per trasformarlo. Possono mettere in moto la costruzione di una democrazia partecipativa, economica e sociale. E' una visione non più assistenzialistica, né protezionista, ma promotrice, perché fa del povero il principale soggetto della propria liberazione e il creatore di un progetto alternativo di società. Per colui che vive le “beatitudini”, farsi povero in solidarietà con i poveri significa assumere un impegno contro la povertà, materiale, economica, politica, culturale, religiosa. Si apre così un meccanismo sociale nuovo che non si muove più per le difese e la produzione della ricchezza, ma ha come ideale e come dinamica l'affermazione della giustizia. La chiesa dell'America Latina opera su questa linea. Quando sostiene le legittime rivendicazioni degli Indios e cerca di riorganizzarli in sistemi produttivi nuovi ed efficaci. - E' giusto sostenere che l'epoca moderna ha saputo riconoscere il valore primario dell'uomo e la originalità dei suoi diritti. E produce genuine conquiste di civiltà. Il concetto della universale uguaglianza fra gli uomini è ormai acquisito Tutti pertanto devono impegnarsi all'abolizione di qualsiasi discriminazione di popoli, di classi sociali. Tutti devono operare per l'integrazione di nativi e stranieri, di uomini e donne. Il dialogo è l'elemento culturale maggiormente affermato per lo sviluppo della paternità fra le genti, tra europei e americani, tra arabi e occidentali, tra cristiani e musulmani. Sempre più appassionatamente si vuole abolire la forza delle armi e della violenza. Nonostante la brutalità dei conflitti moderni si riesce a comprendere che nessuna guerra è giusta. La mentalità del Vangelo arriva dovunque. E' sorprendente e asserisce la più grande speranza constatare che anche nel mondo non cristiano, oggi si parla sempre più della rivoluzione edificante del “perdono”. Senza perdono non si fa giustizia e non si fa la pace. - E' doveroso però riconoscere che “paupares habetis sempre vobiscum – i poveri li avrete sempre con voi” (Mt.26,11). Anche in una società bene organizzata e rispettosa di tutti i diritti, ci saranno sempre i miseri occasionali che devono essere protetti, ci saranno sempre i malati che devono essere assistiti e curati, ci saranno sempre gli smarriti di mente e di spirito che devono essere capiti, ci saranno sempre i carcerati che devono essere visitati e confortati, ci saranno sempre i pellegrini stranieri, che devono essere accolti, per ritrovare la patria la pace. - Oggi la forma di povertà più vistosa e drammatica è quella degli immigrati e dei Rom. Questa “Direttiva” crea una categoria inferiore di essere umani, quella degli immigrati non vengono prese in considerazione le cause dei flussi migratori, né da parte dei politici, né da parte dei gruppi di promozione sociale, né da parti degli intellettuali dei paesi interessati. I mezzi di comunicazione, nel loro ruolo di “formatori di opinioni”, sono soliti trattare il tema della immigrazione in modo molto superficiale, come “fenomeno” o “problema”. Omettono di analizzare la responsabilità storica che deriva dalla presenza coloniale di molti Paesi europei in Africa, Asia e america Latina. Gli effetti di queste invasioni coloniali hanno comportato una sequela di privatizzazioni di risorse, di abusive imprese nazionali, di smarrimento della occupazione locale, di retrocessione delle politiche sociali. E' giunto ora il momento in cui centinaia di migliaia di uomini e di donne attraversano le frontiere del Sud e dell'Est, cercando quel posto nel mondo che l'ingiustizia nega loro sulla propria terra. L'Unione Europea rimane la principale meta di destinazione degli emigranti di tutto il mondo, a motivo della sua immagine positiva di prosperità e di libertà pubbliche. E' scontato che la stragrande maggioranza degli immigrati giunge nell'Unione Europea per contribuire a questa prosperità, non per approfittarsene. Riesce quindi sconcertante il fatto che gli immigrati da noi non sembrano essere più un problema economico e occupazionale, ma sono una questione di ordine pubblico, di sicurezza. Un fatto sociale viene trasformato in un fatto di polizia. Sono state indurite in maniera drastica le condizioni di detenzione e di espulsione degli immigrati senza documenti. Non si vuole tenere conto del loro tempo di permanenza nei Paesi europei, della loro condizione lavorativa, dei loro rapporti familiari, della loro volontà di integrazione e dei risultati raggiunti in questa direzione. Purtroppo il progetto della “direttiva rimpatrio” complica tremendamente questa realtà, perché prevede la possibilità di incarcerare gli immigrati senza documenti, prima della loro espulsione o del loro allontanamento. Senza processo, né giustizia. Si trascura la “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, che stabilisce che “ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato”. La cosa peggiore è che esiste la possibilità di incarcerare madri di famiglia e i minori, senza prendere in considerazione la loro situazione familiare e scolastica, in quei centri di internamento dove si registrano repressioni, scioperi della fame e suicidi. Dove risiede oggi la libertà di circolare e la protezione dalle detenzioni arbitrarie? Fare degli immigrati, con o senza documenti, i capri espiatori di problemi globali, è suprema ingiustizia. L'immigrazione intesa anche come riconoscimento plenario dei diritti umani autentici, diventa fondamento di nuova e di valorosa umanità. Gli immigrati occupano mansioni di manovalanza, di edilizia, di assistenza alle persone, lavori che gli Europei non possono o non vogliono svolgere. Contribuiscono al dinamismo demografico del continente europeo e a mantenere stabile il rapporto della popolazione attiva, rendendo possibili i sistemi di sicurezza sociale. Dinamizzano, inoltre, il mercato interno e la coesione sociale. Costituiscono contingenti di mano d'opera qualificata che investono in diversi modi risorse umane e finanziarie. Le “politiche di integrazione”, condotte con la saggezza dell'umanità più generosa e sapienziale, sono ben più feconde di benessere materiale e spirituale, di qualsiasi “missione civilizzatrice” che parte dai Paesi che si ritengono sviluppati. - La questione dei Rom sta facendosi drammatica. L'ultima proposta del ministero dell'Interno di prendere le impronte dei bambini Rom, è la conferma che lo spettro di un passato non così lontano è sempre pronto a rialzarsi, anche con la complicità di non pochi silenzi. Le impronte ai bimbi Rom sono il risultato di una lunga e tragica catena, che ci vede coinvolti tutti, istituzioni, partiti, governi, informazione, e i silenzi della chiesa. Quante di queste impronte abbiamo lasciato un po' ovunque in quest'anno. C'è l'ordinanza del comune di Firenze contro i lavavetri e gli accattoni. Ci sono gli sgomberi dei campi Rom dai comuni di Roma e di Milano, quasi una caccia ai Rom. C'è il divieto di accattonaggio ad Assisi per non turbare gli interessi turistici e la quiete dei conventi e delle chiese. Ci sono i campi Rom dati alle fiamme a Napoli. Ancora in una spiaggia di Napoli, due ragazze rom annegate e rimaste per ore abbandonate in mezzo all'indifferenza dei bagnanti. Si costruiscono dovunque i cantieri dei rifiuto: la mistificazione della sicurezza, la formazione di ronde cittadine per il controllo dei quartieri in nome del motto razzista “tolleranza zero”, l'introduzione del reato di clandestinità, la militarizzazione della nostra città. Si assiste ad un rapido deterioramento della convivenza, ad una voglia di schedatura su base etnica, ad un'ansia di controlli sempre più assidui. Preoccupa l'avanzata di questo razzismo, spesse volte apertamente dichiarato dalle stesse autorità, perché ritenuto ormai “normale”. Il rischio infatti è che l'adozione di misure severe abbia come diretto bersaglio quelle categorie come gli immigrati e i Rom che diventano facile capro espiatorio dei mali e dei dissesti della nostra società, che hanno ben più profonde radici. Così non si tranquillizza la gente, non si smorza il clima di paure e di agitazione, ma lo si rende ancor più incandescente. Ci stanno a cuore la sicurezza, l'incolumità e la privacy, allo stesso modo, dei Rom, dei Sinti, degli immigrati e quella di tutti gli altri cittadini. Siamo convinti che l'esigenza profonda di tutti non sia lo scontro, ma l'incontro nella comprensione reciproca, la pacifica convivenza nel rispetto della legge e soprattutto nel rispetto di ogni persona. Ringrazio Dio volentieri per avermi fatto incontrare e conoscere uomini e donne sempre nuovi che mi aiutano a vivere e mi trasmettono quella “normalità” di convivenza, che la mia società di appartenenza sembra avere smarrito. - Le migrazioni di massa sono il dato inclinabile della nostra epoca. Sono le onde dell'oceano che nessuno può fermare.Con esse bisogna misurarsi in maniera realistica e in conformità a tutti i valori dell'umanità. Si tratta di recuperare il prodotto più alto dalla cultura moderna: l'idea secondo cui la giustizia non è questione di una corretta reciprocità di comportamenti, ma è questione di riconoscimento dell'altro, nella sua dignità, come un “tu”, che lo rende titolare del diritto di essere considerato soggetto di cura originaria. Sul volto di ogni uomo deve essere riscoperta, rispettata e amata l'immagine di Dio. Il principio ispiratore della pacifica convivenza rende ogni giustizia instancabile promotrice di accoglienza. L'amore può essere speso senza riserve fino al superamento delle divisioni e di ogni genere di negatività. Ritengo che le comunità vengono direttamente interpellate dalle povertà estreme degli immigrati e dello squallore della vita dei nomadi. La denuncia dell'abbandono o addirittura della persecuzione di certe categorie sociali, non è sufficiente. E' necessario che la chiesa difenda i diritti e le attese dei poveri e dei bisognosi nelle forme più attente, ma anche efficaci. La chiesa, come il “Samaritano Buono” non può accontentarsi di essere presente al sofferente, ma deve curarlo. La chiesa non può esimersi dall'uomo bisognoso, perché lì c'è il Cristo. Deve essere perciò il baluardo di difesa dell'oppresso e il fronte della liberazione degli abusi dei prepotenti. “La gloria di Dio è l'uomo che vive” (S. Ireneo) e la chiesa deve garantire la bontà di vita di ogni uomo. Credo che il sacramento proprio, voluto da Gesù, sia il sacramento dell'incontro con l'uomo, con ogni uomo.
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