Corriere della Sera 13 settembre 2005

Dacia Maraini

Bimbe violate e vendute

lo scandalo sono le leggi inapplicate


Quando si parla di prostituzione, molti prendono un atteggiamento fatalistico. Alzano le spalle come a dire: c'è poco da fare i moralisti, è un male che esiste da sempre, non ci possiamo fare niente: se ci sono tanti uomini che cercano donne a pagamento e se queste ci stanno, peggio per loro. Come se si parlasse di qualcosa di inevitabile e di endemico. Come se da secoli, da millenni la sessualità maschile si portasse dietro questo mistero della mercificazione, addirittura sancita dagli dèi, nei templi, e rispettata dalla maggioranza come un aspetto inevitabile nei rapporti fra i sessi.

Ma le cose sono cambiate quando nel Sessantotto ci battevamo perché le prostitute fossero considerate donne come tutte le altre, che avevano il diritto di vendersi senza essere giudicate e tormentate e discriminate. Allora si trattava di donne maggiorenni che sceglievano di fare un mestiere, discutibile o no, ma che partiva da una loro scelta. Naturalmente si ragionava su quanto potesse essere libera quella scelta e quanto invece forzata dalla povertà e dalla soggezione sociale. Comunque si trattava di persone responsabili e di maggiore età.

 

 

Oggi, parlare di scelte più o meno autonomo è diventato improprio e ingiusto, poiché abbiamo a che fare con una vera e propria tratta delle schiave. E queste schiave diventano sempre più giovani, addirittura bambine. Vengono prelevate con l'inganno o comprate e poi rivendute, brutalizzate, private del passaporto con minacce cruente, picchiate e violentate se non obbediscono. Gli ultimi rilevamenti parlano di duemila minorenni su venticinquemila immigrate. E il loro numero è in crescita. Non è che manchino leggi rigorose contro lo sfruttamento minorile, sia in Europa che in Italia, come va denunciando da tempo Livia Turco, ma scandalosamente non vengono applicate.

Dove e quando cominciano le ambiguità? Si tratta solo di negligenza o di una colpevole complicità? Fatto sta che queste baby-prostitute, come racconta bene Adele Cambria su “L'Unità”, si vendono sfacciatamente davanti a forze dell'ordine e politici, nelle strade più frequentate delle nostre città.

A questo punto il discorso non può che spostarsi sul cliente. Come mai tanti italiani, spesso buoni padri di famiglia, vanno a cercare per strada, a pagamento, un piacere accessibile altrove gratuitamente? E si tratta veramente di piacere, oppure del bisogno di trovare qualcuno su cui sfogare le proprie frustrazioni, qualcuno da dominare, depredare, senza conseguenze? Da dove vengono fuori questi “italiani che vogliono togliersi lo sfizio di violentare una giovane creatura” come scrive Cerami sul “Messaggero”? Non si tratta infatti più di calpestare una legge, ma di insultare la dignità e l'innocenza. Si tratta di un vero “stupro fisico, morale, religioso”. Qualcosa che nessuna comunità può sopportare perché mette in gioco la sacralità della vita.

Per il momento chi si rimbocca le maniche e dà un aiuto immediato sono soprattutto associazioni come l'”Unità di strada Parsec” o privati, come don Ciotti, come suor Rita di Caserta, che rischiano la vita per offrire un rifugio, dell'affetto e un lavoro dignitoso a queste ragazzine. Ma la questione della prostituzione minorile non può essere affidata solo alla carità e alla buona volontà di poche persone generose e piene di coraggio. Bisogna che l'intero Paese e soprattutto i clienti, si prendano carico di questo problema essenzialmente etico. Non si può diventare complici dello stupro quotidiano di bambine messe nell'incapacità di reagire o di difendersi. “C'è da chiedersi”, dice Cerami e noi con lui, come si concilino i grandi dibattiti sulla vitalità dell'embrione e il profondo silenzio sulla vita di queste bambine che non “hanno altra scelta che quella di essere scelte da un cliente”.

Dacia Maraini.