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Il 20 agosto sono partito per la Romania con M., la mia ragazza, la figlia Giovanna e la sorella F . *M. è una giovane mamma rumena che è stata in accoglienza a Casa Rut nel 2003. Attualmente è la presidente della Cooperativa sociale “neWhope”; vive a Caserta con la sua bambina di tre anni e da qualche mese anche con la sorella. Il primo impatto con la Romania è il tassista che viene a prenderci all'aeroporto. Si chiama Bogdan, vive a Tulcea, proprio accanto ai genitori di M. E' un ragazzone che parla e ride parecchio. Parla rumeno. Ecco materializzarsi la mia paura della vigilia: la lingua. Attraversiamo la periferia di Bucarest, è notte, e in macchina gli altri parlano e ridono molto. Non capisco niente ma anch'io rido a tratti perchè mi piace quest'aria da rimpatriata, come quando vecchi amici si incontrano e parlano di tutto quello che gli passa per la testa perchè non saprebbero da dove cominciare. Guardo fuori dal finestrino e Bucarest mi pare un gigante e penso a come farò a passare due settimane con persone che parlano una lingua così differente. Sono emozionato. Lungo la strada ci fermiamo a bere un caffè che è lungo e acquoso e poi via verso la nostra destinazione.
Arriviamo a Tulcea alle 5 del mattino, durante il viaggio ho dormito poco ma non sono stanco. Sta facendo giorno e qui, alla periferia di questa città, c'è un'aria e una tranquillità alle quali non sono abituato.Fuori dalla casa ci aspetta Dana, la mamma che amorevolmente per tutta la durata del viaggio ci ha chiamato in continuazione per sapere come andasse, un pò per apprensione ma soprattutto, secondo me, perchè non vede l'ora di riabbracciare le sua figlie e la nipotina. Il papà, Mihai, dormicchia a letto e sia alza al nostro arrivo. Mi da una vigorosa stretta di mano ed eccomi qua. A terra ci sono tappeti e nelle camere si entra scalzi e la cosa mi piace, mi pare come una forma di rispetto verso la casa e chi la abita. Fuori la casa c'è la vite e un orticello ed ormai è giorno. Mangiamo e a letto a riposare. M. mi è costantemente vicina, capisce la mia difficoltà e devo dire che i genitori sono umili e umani e fanno di tutto per mettermi a mio agio e Mihai fuma di continuo. Qui fumano tutti, tanto. Mi fa tante domande sull'Italia, è evidente la sua curiosità, e anch'io ne faccio, stupito dalla grande differenza di salario. Mihai va a lavoro alle 5:30 del mattino, prende l'autobus in centro (che dista 20 minuti a piedi) e torna a piedi il pomeriggio, camminando per almeno 45 minuti. Non hanno l'auto ma francamente non se ne avverte il bisogno. Qui, Romania al confine con l'Ucraina, i bisogni essenziali mi sembrano tutti soddisfatti. Rifletto moltissimo sul concetto di comodità in questi giorni e credo che sia un concetto privo di soggettività. Qui vivono comodi anche se non hanno tutto quello che abbiamo noi. Ecco, credo che comodità e futilità siano valori-disvalori vicini. Noi siamo "creatori di bisogni", ne creiamo in continuazione e non ci bastano mai. Vorrei che qualcuno mi spiegasse quale meccanismo si innesca nei nostri cervelli, per cui nulla ci basta più, del tutto prigionieri del processo di accumulazione. Penso a tutto quello che abbiamo noi, che usiamo noi, che buttiamo noi, con uno stile di vita privo di sobrietà, e mi sento in colpa. Qui non è così. La Romania ha vissuto in tempi recenti una dittatura , quella di Ceaucescu. Chiedo come si stesse a quei tempi e mi rispondono, sorprendendomi, che si stava meglio allora e si lamentano della corruzione della politica e degli amministratori. Cerco di spogliarmi da pregiudizi e preconcetti e mi lascio trasportare dalle loro emozioni e sensazioni. Facciamo una passeggiata in centro e non c'è traffico. C'è un via vai di persone a piedi e, finalmente, vedo il fiume Danubio, che è immenso. Quasi tutti i palazzi sono vecchi, ma davvero vecchi e poi, un pò più in periferia, ci sono le case. E mi stupisce come case di ricchi e poveri (facilmente distinguibili) siano così vicine le une alle altre. Da noi, in onore a un orrendo e malsano concetto di "armonia", si tende a distinguere nettamente zone per ricchi e benestanti da quelle degli altri.
A Tulcea si susseguono davanti ai miei occhi case di ogni tipo. Penso a campi rom presenti da noi, dove vivono persone nelle baracche e spesso senza acqua potabile e mi chiedo chi sia più evoluto. Qui i rom , gli zingari, spesso lavorano anche se mi accorgo, e mi dispiace, che non siano visti di buon occhio neanche qui. La vita è meno cara che in Italia e mi parlano di molti italiani che vengono qui in cerca di ricchezza e la ottengono. Moltissimi rumeni lavorano per meno di 100 euro al mese e questo mi pare incredibile. In questi giorni di tranquillità mi torna in mente una frase di Adriano Sofri: "gli anni passano veloci, sono certi pomeriggi che non passano mai". Sofri usava, ovviamente, questa frase con un'accezione negativa, riferendosi ai lunghi anni trascorsi in carcere. Beh, io trovo che calzi a pennello, in positivo, alle mie giornate passate a Tulcea. Lunghi pomeriggi a sorseggiare birra e a fumare e a riflettere, cercando forme di comunicazione possibili con i genitori di M., i simpatici zii Paul e Mariana, e la silenziosa e timida Andrea. E, nonostante le indubbie difficoltà dovute alla lingua, capisco il grande significato di lacrime e sorrisi e smorfie, che si manifestano allo stesso modo. Tutto sommato riesco a comunicare con tutti, grazie soprattutto a M. e F. Le strade sono popolate fino a tarda sera da bambini di ogni età che giocano e si divertono anche solo con una palla o rincorrendosi. E ridono. Mi sembrano, questi bambini, curiosi e aperti. Penso a quando anch'io da ragazzino giocavo nel cortile dei miei nonni con i miei fratelli e altri amici e a come anche noi ci divertivamo. E, come noi e più di noi, si divertivano senz'altro i nostri nonni e i nostri genitori ed erano o almeno sembravano felici. Da noi si ha paura di lasciare da soli i bambini e, non sono genitore e mi limito a osservare, li si lascia in preda a cattivi maestri come videogiochi e televisione. Passeggiamo in un piccolo parco pubblico accanto al Danubio e mi colpisce l'assenza di mendicanti, lo faccio notare a M. Lei mi risponde, forse scherzando, che quelli sono tutti in Italia. Giovanna allieta le nostre giornate con la sua spensieratezza e i suoi balli e dico a M. che da grande farà la ballerina. Appena sente un accenno di musica comincia a muoversi e ci coinvolge tutti. E' straordinario come un esserino così piccolo possa trattenere dentro di sé tanta energia. E' proprio vero che i bambini sono meravigliosi. Non mi trovo esattamente in occidente eppure se ti guardi attorno noti qualcosa di strano. Siamo ai margini del capitalismo, te ne accorgi dalle grandi catene di centri commerciali (che, ovviamente, sono arrivate anche qua) e dal modo di vestire dei ragazzi (che vuole assomigliare al nostro). A parte questi segnali di "nuovomondo" che sta creandosi proprio adesso, la povertà è evidentissima. Credo che in un viaggio, tra partire e tornare la parte più bella sia probabilmente tornare. Tornare a casa è sempre bello. Per M. e F., portate dalla vita a lasciare la propria terra, è diverso. Loro sono nate e cresciute qui, a Tulcea, e qui c'è stato il loro primo sorriso e le loro prime lacrime, la prima emozione e il primo tramonto. Sarà difficile per loro lasciare questi luoghi. Sto bene qui e resterei volentieri ancora un pò ma le giornate trascorrono ed ormai è quasi tempo di partire. Il giorno prima di partire facciamo la vendemmia, raccogliamo tutta l'uva che il papà, Mihai, trasformerà in vino. Qui fanno tutto in casa: marmellata e vino, liquori e bevande e tanto altro. Ringrazio i genitori di M. per avermi accolto in casa loro e avermi trattato come un figlio e loro mi dicono che sperano mi sia trovato bene. Partiamo per Bucarest, da cui partirà il nostro volo, alle tre del mattino. Il saluto è meraviglioso come tutti i saluti e poi la luna sembra impegnata a fare luce sulle nostre facce. Abbraccio tutti e mi metto in disparte. Li guardo mentre si salutano e si stringono e piangono, sono dolcissimi. Forse neanche riesco a immaginare quanto sia difficile questo momento per loro. Ci allontaniamo in silenzio nell'auto, nessuno parla, si avverte una sensazione di distacco devastante. Guardo l'orologio, sono le 3:10 ma la notte sembra essere appena esplosa nel cielo.
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