8 marzo - festa della donna nel segno della speranza e della continuità...
il racconto dell'esperienza...On the road


Siamo salite in cinque sul Kangoo della Cooperativa sociale Newhope, per andare ad incontrare, sulla strada, le donne che chiamano “prostitute immigrate”. Nel giorno in cui si celebra l'emancipazione della donna noi, purtroppo, abbiamo dovuto ricordare che per tante donne esiste ancora una forma di schiavitù, tra le tante, la più aberrante. Essa non serve a fornire mano d'opera per alleviare le fatiche dei padroni, come storicamente la schiavitù è stata, bensì a dotarsi di oggetti di piacere per i propri appetiti sessuali. Abbiamo percorso strade provinciali, rese tutte uguali dal degrado delle campagne circostanti, dal rumore e dal caos del traffico, dallo squallore in cui è piombato questo nostro territorio. Le abbiamo incontrate in piccoli slarghi, ai margini delle strade, circondate da cumuli d'immondizia e pozzanghere, con piccoli “bracieri” accesi per ricevere un po' di calore, non so se per riscaldarsi nella fredda e ventosa giornata oppure per scaldare il gelo che devono avere dentro. Ragazze giovanissime, tutte ben istruite a dire di avere ventuno anni, ma con gli occhi di adolescenti impaurite. Una di loro era seduta con le spalle alla strada, a dimostrare con la sua postura, la sua avversione a trovarsi lì; anche quando ci siamo avvicinate, non si è mossa e ha preso, con un gesto meccanico, il piccolo manufatto della sartoria etnica che le avevamo portato in dono.

Poco più avanti due ragazze, dicono di venire dal Ghana, vestite di abiti leggeri, vistosamente truccate ma con gli occhi che guardano lontano. Si rassicurano subito alla nostra spiegazione che siamo lì come amiche e, accettano felici, come bambine, il dono che offriamo loro e che subito si apprestano ad indossare. Prendono una manciata di caramelle e cioccolatini e le ripongono scrupolosamente nella borsetta appena indossata: la sentono già come qualcosa di personale in cui custodire il ricordo di un incontro diverso da quelli che fanno sulla strada!

L'esperienza più dolorosa la facciamo alla fine del percorso: la ragazza, appena ci vede, comincia a scappare nei campi, spaventata di ricevere una visita così inconsueta. Abbiamo dovuto chiamarla più volte e rassicurarla che la nostra era una visita di amicizia. È stata attratta dalla nostra mano tesa e si è avvicinata, ma ancora con diffidenza. “Da quanto tempo sei arrivata in Italia?” È qui solo da un mese e questo spiega la sua fuga: le ferite del viaggio, che noi sappiamo essere tremende dai racconti delle altre donne che provengono dalla stessa esperienza, sono ancora sanguinanti: chissà quanta violenza e quante amiche “perse per strada” hanno visto quei giovani occhi, che oggi sono costretti a guardare altre brutture !

Ho sentito forte il bisogno di dirle che la sua situazione potrà cambiare e lei ha risposto “with the bless of God” (con la benedizione di Dio). E io “con l'aiuto anche delle persone”.

Quando il kangoo è ripartito per tornare a casa non abbiamo parlato degli incontri fatti: ognuno di noi era consapevole che prima di dire parole occorreva una riflessione personale sull'esperienza vissuta. Ma nella mente mi torna la frase pronunciata, come una promessa: “con l'aiuto delle persone”. Noi ci siamo già date un impegno: di essere con regolarità amiche di strada di queste nostre sorelle e di dotarci di qualche strumento utile a fornire, insieme alla nostra amicizia, anche una via di uscita.