24 Maggio 2010 - Cappella del Seminario - Caserta

Relazione del prof. Sergio Tanzarella *
* relazione non rivista dall'autore

 

Del documento di febbraio di quest'anno già non se ne parla più. E in generale poco si è parlato. Sono intervenuti in contemporanea all'uscita del documento alcuni vescovi siciliani richiamando l'attenzione sul fatto che, se di qui a qualche settimana o mese del documento non se ne parlava, avrebbe fallito. Di fatto del documento non si parla più e se ne è parlato poco. Anche qui, questa sera, dobbiamo far presente che a promuovere l'incontro sono state due famiglie religiose e nordiche.

Il fatto che il documento sia già scivolato via credo che sia un'occasione perduta. Perché il documento, pur con limiti e carenze, ha degli elementi di novità. Come attesa non mi aspetto che i vescovi ci dicano esattamente tutto. Non sono in grado e non spetta loro. Possono dare alcune linee Ciò che nel documento viene affermato è realmente il punto più avanzato che ci si poteva aspettare.

Il primo interrogativo o nodo che bisogna sciogliere è che ci sono parole che sono rese complessivamente evanescenti e generiche: meridione, sud, mezzogiorno. Sono parole che non significano nulla.

Di cosa si tratta, di un dato geografico, di una condizione umana e culturale, di un riferimento economico, di una mentalità. Esiste una unità che può essere definita mezzogiorno? Lo stesso documento al n. 13 fa questa osservazione, quindi in una fase avanzata, dicendo che ci sono differenziazioni, l'impegno è unitario, ma i sud sono tanti. E questo lo sappiamo molto bene noi. La realtà della costa e delle coste può essere paragonata alle realtà più interne? La realtà calabrese rispetto alle grandi metropoli, non solo Napoli, ma Bari ad esempio, che subito dopo è la città più grande con le sue emergenze industriali e post- industriali, può essere messa insieme alla realtà calabrese o siciliana. Dunque realmente parliamo di una realtà difficilmente omologabile sotto un unico colore, il meridione.

Bisogna ricordare che il meridione, dal punto di vista socio economico, non è una realtà uniforme. Questo è molto importante perché chi parla e giudica - una certa politica in particolare - il meridione, e diciamolo subito con chiarezza qui anche in questo documento aleggia. Questo è uno degli elementi più importanti, ma in parte anche di debolezza e di timidezza, ma qui aleggia. Il grande nemico della storia e del presente. Il grande nemico della storia al presente, della chiesa italiana e dell'Italia, è la Lega Nord. Di questo dobbiamo avere consapevolezza. Se c'è un movimento che oggi può esser concepito come anti cristiano e anti evangelico questo è la Lega Nord. I vescovi, in questo documento, lo lasciano intuire in qualche modo. Nonostante ci siano anche ‘eminentissimi' che con grande sconsideratezza hanno sdoganato la Lega Nord riaffermando i principi della cristianità presenti in questo movimento.

La stessa inculturazione del cristianesimo è oggi leggibile come unitaria e differenziata. Chi vive e chi opera nel meridione è ben consapevole di queste differenze profonde. Come lo erano anche alcuni meridionalisti più attenti.

Il documento è un documento di luci e ombre e che ritengo sia stato molto difficile da scrivere. Da scrivere e da riscrivere perché evidentemente è anche frutto di confronti e immagino anche di compromessi su diverse linee che si sono confrontate, perché non è un documento dei vescovi delle Diocesi meridionali ma di tutti i vescovi , anche delle Diocesi del nord Italia.

Vorrei iniziare proprio dalla fine, a chi si rivolge il documento. Direi che è uno dei passaggi più importanti e anche consolanti del documento. Ci sono dei gruppi prevedibili. Nella parte finale si rivolge ai preti, ai diaconi, all'Azione Cattolica. Punto un po' debole ai consacrati e le consacrate alle quali sembra lasciare soltanto la preghiera che messa soltanto così mi sembra un punto non perfettamente riuscito. Le famiglie, i giovani e infine, e questo è l'aspetto più importante, siamo proprio alla fine del documento “ Scriviamo a voi, uomini e donne di buona volontà, cercatori di giustizia e di pace - questo è un passaggio importantissimo qui non parla di cattolici, di cristiani, parla di uomini e di donne di buona volontà, cercatori di giustizia e di pace - perché, anche se sconosciuti al mondo, siete conosciutissimi da Dio (cfr 2Cor 6,9) e affrettate con la vostra fatica la venuta del Signore (cfr 1Pt 3,12) ”. Questo è un passaggi decisivo perché segna in qualche modo una trasformazione. Molti documenti scritti in questi ultimi anni sembrano stati scritti al gruppo prescelto all'interno di un recinto. Quindi è un passaggio straordinario, che bisogna anche dire non sempre intonato con quanto scritto in precedenza E' una conclusione straordinaria e io aggiungo che questa affermazione è un punto di non ritorno.

 

I punti critici.

Il documento segna, come ho già detto, dei punti di non ritorno ma non manca di una certa timidezza e genericità. Forse sarebbe stato il caso di essere maggiormente espliciti nel denunciare responsabilità e corresponsabilità, denuncia che tuttavia non è assente ma perde di efficacia se si mantiene generica. Quando nessuno si sente chiamato in causa…

Il secondo punto: in questo documento appare inoltre evidente un limite, molto grave, quello dell'autoreferenzialità. E' possibile che su un argomento sul quale si dibatte da centocinquanta anni, i vescovi, nello scrivere questo documento non abbiano a riconoscere un debito a nessuno di quegli studiosi, e non solo, che si sono battuti e tanto hanno studiato sul meridione e tanto hanno vissuto in prima persona, studiosi ma meridionalisti veri. Basta pensare a Danilo Dolci, a Tommaso Fiore a Rocco Scotellaro, cioè a costoro non abbiamo nessun debito da riconoscere!

I vescovi meridionali hanno da osservare che vivono da un'eredità non soltanto di analisi ma di scelte che sono state compiute. Cioè da chi il meridione lo ha veramente vissuto, dedicando tutta la vita al meridione con una capacità di discernimento straordinarie. Questo è un limite grave, in generale. Fino ad arrivare ai meridionalisti contemporanei (Cassano, ecc…). E' certo troppo poco citare encicliche e documenti delle conferenze episcopali regionali. Al lettore estraneo (la maggior parte dei potenziali lettori) alle dinamiche dei documenti ecclesiali sembra che della questione si occupi esclusivamente la CEI o i vescovi meridionali. Eppure il documento dichiara di non voler né celebrare, né registrare ma “intervenire in un dibattito”, ma in un dibattito non si dibatte da soli. Questo è un grande limite. Ma probabilmente i consulenti che hanno utilizzato non amano frequentare queste storici, ma probabilmente non amano frequentare nemmeno Luigi Sturzo e nemmeno La Pira, che sono riferimenti indispensabili per comprendere il meridione.

 

Elementi positivi

Punto n. 1 Si fa riferimento alla solidarietà nazionale, della critica coraggiosa alle deficienze, al senso civico, all'inadeguatezza delle classi dirigenti. Che i vescovi facciano una critica alle classi dirigenti suona come un elemento nuovo in un documento. Certo, bisogna che ciascuno poi ne tragga le conseguenze perché se a queste classi dirigenti ogni volta si stende il tappeto rosso, la contraddizione è evidente, e questo in campagna elettorale e non. Beh, l'obiettivo è notevole: non solo veri credenti ma buoni cittadini . Ma anche qui voglio richiamare, non c'è nulla di ovvio. Questo elemento di essere buoni cittadini non è appartenuto per molti anni alle scelte pastorali, agli obiettivi pastorali. Anche questo obiettivo è un punto di non ritorno. Normalmente l'obiettivo era: veri credenti o buoni cristiani. E invece qui si dice: buoni cittadini .

Punto n.2 In questo punto c'è un altro passaggio e l'obbiettivo al quale il documento fa riferimento è la parola speranza “ nessuno, proprio nessuno nel Sud deve vivere senza speranza” .

E' un programma, è un'affermazione veramente pregnante, ma è anche un impegno di una gravosità estrema: nessuno deve vivere senza speranza . Ma per dar seguito a questa affermazione, bella, bisogna creare le condizioni perché questa vita si realizzi con il possesso della speranza.

Un altro punto importante è quello dell'impegno educativo. Investimento dunque nell'educazione il che da l'idea che i risultati non potranno esser immediati, che mettiamo un processo in moto che durerà decenni nei quali, probabilmente, noi non ne vedremmo i frutti. Ma questo però resta un impegno grave: l'impegno educativo.

Punto n.3 Qui le cose cominciano ad andare bene idealmente, meno bene per la storia che abbiamo alle spalle. L'affermazione di sintesi: eucarestia è condivisione. “ Donare senza trattenere per sé. In ciò consiste lo specifico servizio dei discepoli di Gesù verso il mondo, un servizio la cui qualità ed efficacia non dipendono da un calcolo umano. Si tratta, infatti, non soltanto del “fare” a cui sono abituati i governanti delle nazioni (in campagna elettorale abbiamo assistito ai proclami sulla politica del fare), ma del “consegnare a Dio” – nello spazio orante del discernimento spirituale e pastorale – tutto ciò che si condivide con la gente, cioè i pochi pani e i pochi pesci”. L'affermazione è grave, l'obbiettivo è grande. Ma la critica esterna può venire, ma siete sicuri vescovi che avete pochi pani e pochi pesci? Questo deve esser osservato. “In questa condivisone riuscita l'Eucarestia si rivela veramente come la fonte e il compimento della vita della Chiesa”.

Il problema non è soltanto che i pani non sono pochi e che i pesci non sono pochi ma che non vengono condivisi. Questo è un elemento serio che deve interrogare a distanza di due decenni dall'affermazione “la Chiesa dei poveri”.

Dobbiamo dire che questo elemento di condivisione ancora in generale non si è radicato. E non ci vengano a dire che la condivisone è il Banco Alimentare, non è quella la condivisione, evidentemente. La condivisione è soprattutto la condivisione di una condizione di marginalità. Di una mancanza di potere. C'era una bella affermazione di Arturo Paoli, grande maestro, piccolo fratello. Egli viveva in uno stile di povertà in sud America. Venendo in Italia diceva: “ma voi pensate veramente che io sia povero? Se io mi dovessi ammalare ho decine di persone, miei amici, che sarebbero a mia disposizione. Questa non è la condizione di povertà. Io non posso – diceva- essendo una persona ben conosciuta dire di essere povero. E non potrò mai esserlo perché mi verranno incontro immediatamente”. La condizione di povertà è innanzitutto la mancanza di potere e la mancanza di relazioni con il potere. Questo è essere poveri. I poveri sono coloro che non hanno queste relazioni, che non hanno numeri di telefono, che non hanno le amicizie giuste, che non hanno le chiave che aprono le porte.

Punto n.4 Anche questo è importante e segna un punto di non ritorno ‘un incontro fraterno tra le religioni'. Si analizza il processo di trasformazione rispetto a vent'anni fa, il sud del mondo che arriva nel sud Italia e si fa riferimento al'incontro fraterno fra le religioni. Non quello che sentiamo più volte, talvolta non soltanto dalla lega Nord, ma che ritorna in molte omelie, soprattutto nel nord Italia, sul pericolo della presenza musulmana. Ci sono città e Diocesi come Brescia, la città di Paolo VI, dove la quasi totalità dei giovani preti sono leghisti. Capiamo che cosa si sta organizzando! Dunque stiamo sdoganando Borghezio, il suo linguaggio e con lui sdoganiamo anche la possibilità di pensare che la persecuzione di coloro che non sono cristiani si può organizzare anche nel nostro Paese, senza problemi.

Punto n.5 Qui c'è un passaggio importante, ed è il giudizio sulla politica nel meridione. Questo è veramente importante perché si dice che “ Il cambiamento istituzionale provocato dall'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell'amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato ”. Questa è un'affermazione fortissima. E' un'affermazione che andrebbe trascritta, confezionata e spedita ai partiti politici. Significa che le speranze che c'erano in quegli anni sono naufragate. Qui si afferma che non è migliorato per nulla il sistema con la rappresentanza diretta.

Punto n.7 La criminalità organizzata. Qui i vescovi fanno una condanna lucida e senza appelli. Se pensiamo che fino a qualche decennio fa si negava, nell'episcopato, l'esistenza delle associazioni criminali, il passaggio è notevole. Qui si afferma ufficialmente che le organizzazioni criminali esistono, controllano lo Stato, non dicono che sono una parte dello stato, ma si può in qualche modo intuire. “ In questi ultimi vent'anni le organizzazioni mafiose, che hanno messo radici in tutto il territorio italiano, hanno sviluppato attività economiche …”. E qui ritornano i Vescovi nel ribadire che “ c'è bisogno di un preciso intervento educativo fin dai primi anni di età . L'economia illegale, peraltro, non si identifica totalmente con il fenomeno mafioso, essendo purtroppo diffuse attività illecite non sempre collegate alle organizzazioni criminali, ma ugualmente deleterie : usura, evasione fiscale, lavoro nero… ”. Questo è un passaggio importantissimo. Anche questo è un punto di non ritorno. Questo collegamento è un collegamento decisivo e che normalmente i professionisti dell'antimafia, molto attivi nel meridione nel raccogliere contributi europei in associazioni locali e nazionali, si guardano bene dal pronunciare. Evasione fiscale, che poi è la vera piaga della nostra nazione e dunque viene considerata come un peccato associato alle organizzazioni criminali. Evasione fiscale perché è un vero furto, con l'impunità garantita. E poi il lavoro nero. I vescovi hanno a cuore il problema. Il lavoro nero è una condizione, anche nella nostra città, nella quale vivono la quasi totalità dei cittadini. E questo lavoro nero parte dai luoghi più impensati, dai giornali di questa città. Dalle redazioni di questa città dove si sperimenta il lavoro nero e lo schiacciamento dell'essere umano. Quindi dalle redazioni dei giornali fino ad arrivare al commercio: pizzerie, locali, negozi. Fino ad arrivare agli ospedali … E allora quale annuncio, quale pastorale se questa si rivolge a degli uomini e a delle donne che sono traditi nell'elemento fondamentale della vita, che è il lavoro. E vogliamo chiamarlo lavoro: è il furto del lavoro. Allora io non mi aspetto che i vescovi dicano di più, leggo questo e come comunità devo tradurre in azioni che rendano impossibili la condizione che degli esseri umani vengano schiacciati da questo lavoro nero. Cioè da questo furto della vita, perché se l'evasione fiscale è un furto di denaro il lavoro nero è il furto della vita, ed è la cosa più grave che possa esistere.

Punto n.8 E poi il recupero dei testimoni. Per la prima volta vengono messe insieme figure esemplari di opposizione: Puglisi, Diana e Livatino. Anche qui l'elemento è nuovo, straordinario. Anche perché per la prima volta si recupera la figura di don Peppino Diana. Ciò che non appare chiaro è perché, più avanti si entra nel merito di don Puglisi, che ha tantissimi meriti, e di don Diana e di Livatino nulla. E' probabile che su don Puglisi abbia pesato molto l'episcopato siciliano rispetto agli altri.

Punto n.9 E poi il riconoscimento del limite. Anche questo è un elemento nuovo. La Chiesa riconosce il limite. “ Si deve riconoscere che le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l'esempio dei testimoni morti per la giustizia. La testimonianza di quanti hanno sacrificato la vita nella lotta o nella resistenza alla malavita organizzata rischia così di rimanere un esempio isolato. Solo l'annuncio evangelico di pentimento e di conversione, in riferimento al peccato-mafia, è veramente al buona notizia di cristo, che non può limitarsi alla denuncia, perché è costitutivamente destinato a incarnarsi nella vita del credente ”. Anche questo è un passaggio importante, non è soltanto la denuncia ma il bisogno di incarnarsi. E questo incarnarsi vuol dire tirare le conseguenze su quanto detto. Non possiamo riconoscere le colpe e non tradurre questo nell'impegno a smascherare la mistificazione che si presenta attraverso il lavoro nero o si presenta attraverso il lavoro industriale così detto. Perché noi assistiamo al lavoro nero e al lavoro sotto nuove forme di schiavitù. Delle nuove prospettive di industrializzazione, tra cui Pomigliano, pochi sanno come si realizzano. Cosa propongono? Vi portiamo lavoro ma dovete rinunciare a una parte della vostra umanità: anche la catena di montaggio diventerà turno notturno. La catena di montaggio, che è una realtà ad alto rischio non è mai stata fatta di notte e si capisce bene il perché. I numeri degli incidenti sul lavoro, senza la catena di montaggio, a partire dalle 2 , 3 di notte aumentano in maniera esponenziale. Nel cuore della notte, alle 4 e alle 5 quando la maggioranza di noi dorme, ci sono dei lavoratori ed è in questa fase che si verificano il maggior numero degli incidenti, senza la catena di montaggio. Con la catena di montaggio questi incidenti si moltiplicheranno. Queste cose devono essere comprese e conosciute e non fermarci alla propaganda che dice di portare il lavoro. Ma in quali condizioni i lavoratori lavorano? Quanto sangue deve essere versato?

Punto n.11 Si insiste poi sulla partecipazione della comunità ecclesiale e sulla speranza al punto 14 “ Che il cristiano non si rassegna mai alle dinamiche negative della storia ”.

E infine si insiste sulla sfida educativa al n. 17 Occorre osservare che è un'ottima analisi ma che, come si diceva all'inizio, bisogna evidenziare le responsabilità e se non lo fa il documento vuol dire che questo compito è affidato ai lettori. E qui c'è un punto decisivo al quale non posso rinunciare

Di fatto è nel campo dell'educazione delle giovani generazione, a livello scolare, ma anche universitario e post-universitario, nonché professionale, che si riscontra oggi una tendenza al ribasso, che omologa in negativo tutte le regioni d'Italia. Si deve reagire urgentemente contro questo progressivo degrado. Il Mezzogiorno può divenire un laboratorio in cui esercitare un modo di penare diverso rispetto ai modelli che i processi di modernizzazione spesso hanno prodotto….”.

E' un passaggio veramente bello ma, a questo punto, se non lo dicono i Vescovi dobbiamo dirlo noi. Quello che sta avvenendo non avviene per caso. In questi ultimi mesi ha un nome e un cognome, è il nome del ministro dell'istruzione che sta distruggendo la scuola, che sta rendendo ancora più vano il progetto formativo. E' un progetto scientifico in nome di cosa: del risparmio.

In conclusione io spero che il documento serva di stimolo all'azione. Di stimolo allo studio e all'azione. Ciò che manca può essere riempito. E' impensabile per chi si vuole impegnare nel meridione non conoscere e studiare le figure che ho richiamato. Non si può pensare al meridione e all'azione del meridione senza conoscere o sapere cosa ha fatto Danilo Dolci nella Sicilia degli anni 50 /70. Occorre crearsi una cultura meridionalistica. Questo è indispensabile. Ma questo vale per tutti, per quelli che ci vivono e per quelli che ci arrivano: vivere un processo di inculturazione. L'spetto più grave è che riguarda anche quelli che ci vivono e che ignorano e non sanno nulla di tutto questo. Spero che questo studio, questa azione possa aiutare la Chiesa italiana a rompere gli ormeggi che la tengono sotto protezione nei porti del potere. Ritengo che alla chiesa di Cristo risorto si adeguano altre acque rispetto a quelle dei porti. Acque limacciose quelle dei porti, acque sicure e la sicurezza ti avvince ma ti costa l'anima. Acque aperte dunque. E rompere gli ormeggi, soprattutto al Sud aiuterà anche le chiese del Nord a guardare con maggiore capacità di penetrazione i nuovi idoli che sono presenti in quella realtà sociale e che vengono costruiti sotto le spoglie di una religiosità, solo apparentemente cristiana: la lega con i suoi simbolismi religiosi. Nella realtà però quella religiosità, solo apparentemente cristiana, è fomentatrice di paure e di odi e non certo di liberazione. E se non è liberazione sicuramente non è cristiana

L'intervento del prof. Sergio Tanzarella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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